lunedì 15 dicembre 2014

Storie di basket: " l'amico" tabellone


Oggi lo usiamo per appoggiarci i lay-up o, se siamo molto precisi, anche i tiri dalla media distanza, ma in realtà nasce con tutt'altro proposito: quello di evitare che gli spettatori respingano i tiri dei giocatori dagli spalti.


Dite la verità. Vi sarà capitato, almeno una volta, di andare al campetto e vederlo: il cinquantacinquenne brizzolato, coi pantaloncini inguinali, le All-Star di tela ai piedi, i calzettoni al ginocchio e il petto nudo, riarso dal sole ma nello stesso tempo imbiancato dal pelo. Un tempo, probabilmente, è stato un discreto giocatore delle minors, magari con un passato anche in qualche Serie C2: ora è raggrinzito e flaccido, con un accenno evidente di pancetta, ma dalla media distanza ha quella sua dannata mattonella: bum! Bum! Bum! Spingardata contro il tabellone che assorbe dolcemente il pallone recapitandolo costantemente sul fondo della retina. Cascasse il mondo, non ne sbaglia uno. Più preciso di Tim Duncan. E voi lì, a sudare trottolando su voi stessi a furia di cross-over e a portare a casa, ogni tanto, un faticosissimo and-one in penetrazione.

Eppure, l’amico tabellone non è da subito un compagno della pallacanestro, così come il suo alleato ferro. Come abbiamo visto, quando James Naismith organizza la prima partita di Basket Ball nel dicembre 1891, utilizza due cestini per raccogliere le pesche come “bersaglio”, un ripiego molo artigianale e curioso rispetto alla sua idea originale: quella di usare, invece, un paio di rudimentali scatole di cartone.

I primi canestri, come abbiamo visto, sono “chiusi” e nemmeno troppo resistenti, come potrete facilmente immaginare: il basket sarà anche un gioco nuovo, divertente e contagioso, ma non particolarmente comodo: dopo ogni segnatura, infatti, l’arbitro è costretto a fermare la partita per recuperare il pallone terminato sul fondo del cesto e rimetterlo in gioco tramite un salto a due (come una contesa) a centrocampo, con ovvii vantaggi per la formazione che può schierare un giocatore più alto e dotato di buona elevazione (no, la palla non va alla formazione che ha subito il punto…).

Non solo, essendo i primi canestri appesi ai ballatoi delle palestre (quello originale di Naismith, posto a 3.05 metri di altezza, ha poi dettato una norma del regolamento) si trovano alla mercé degli spettatori, che possono intervenire dall’alto deviando i tiri o provando a indirizzarli verso il fondo del cesto stesso (a seconda del tifo, chiaro!). Quando si cerca di porre un rimedio appendendoli, invece, direttamente ai muri della palestra, si finisce con l’avvantaggiare i giocatori, che possono, con una specie di mossa da arti marziali, saltare appoggiandosi al muro stesso per avvicinarsi il più possibile al cesto e aumentare la propria percentuale realizzativa (no, il “fuori” come lo intendiamo oggi è ancora lungi dall’essere sdoganato).

La soluzione definitiva, dunque, è quella di porre qualcosa tra i cesti e il pubblico per evitare le interferenze: nasce, così, il tabellone, prima come una rete metallica a maglie esagonali (piuttosto tagliente, diciamo la verità), poi trasformato in una lastra di legno per motivi di sicurezza e infine di plexiglass per agevolare al massimo la visuale da dietro.

I canestri, che passano dagli originali cestini di pesche ad anelli di fil di ferro nel 1892 e poi di ghisa nel 1893, vengono staccati di due piedi dai muri nel 1916 per evitare i “salti” dei giocatori, e di 4 nel 1939, per motivi di sicurezza (cadute e infortuni al capo o agli arti sono all’ordine del giorno…): i primi canestri “aperti” arrivano soltanto nel 1912, quando la retina di nylon viene definitivamente sdoganata, permettendo al pallone di fuoriuscire autonomamente dall’anello dopo ogni segnatura ed evitare così quelle macchinose operazioni di salto a due dopo ogni canestro realizzato.

Per il primo incidente ufficiale, invece, dobbiamo attendere fino al 1946, quando Kevin Joseph Connors, meglio conosciuto come il “Chuck” Connors del grande schermo, protagonista di decine di serie televisive e film di stampo western tra gli anni ’50 e ’70, manda in frantumi un tabellone durante il riscaldamento di una partita dei Boston Celtics (sì, prima di diventare attore è stato anche giocatore di basket e di baseball, vestendo le maglie degli allora Brooklyn Dodgers – oggi Los Angeles – e Chicago Cubs). I ferri molleggiati entrano in vigore molto tempo dopo, negli anni ’80, quando le schiacciate spacca-tabelloni di Darryl Dawkins cominciano a costare troppi quattrini…

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